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György Pálfi a dividere (Vistanova.it)

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György Pálfi e un regista destinato inevitabilmente a dividere. La forza del suo linguaggio non risiede soltanto nel coraggio di spingere i limiti del visibile oltre una certa soglia, come in Taxidermia, cosi come non e confinabile al semplice (pur radicale) esercizio di afonia della sua opera d'esordio, Hukkle.

Il corollario sensoriale da cui veniamo investiti mentre assistiamo alle sue opere porta in se anche una dimensione surreale, cosi banalmente tipica della quotidianita da non impressionarci piu. Siamo immersi in continue stimolazioni dei sensi, al punto da non avvertire (a)ritmicita e (im)palpabilita che ci circondano. Assistere al loro manifestarsi da spettatori esterni diventa una sorta di grottesco specchio sulla nostra umanita.

Tuttavia, i fendenti che il suo cinema scaglia verso la retina, il gioco complesso che instaura con lo spettatore e con la sua capacita di visione (e re-visione) costituisce, prima ancora che una riflessione sul linguaggio cinematografico, un tentativo di restituire alle facolta sensoriali la loro dignita. Si raccontano storie che comunicano attraverso sensazioni olfattive, graffi visivi, frastuoni; che costringono ad un' immedesimazione fisica nelle vicende. Questa e la scelta stilistica piu difficile da accettare, quella che crea disgusto o che semplicemente respinge: siamo costretti a fare i conti con la nostra materia degradabile, con gli impulsi nascosti e perversi (secondo una morale comune) di cui e composta. Ed e chiaro come questa presa di coscienza sollevi, nella maggior parte dei casi, un senso di vergogna verso se stessi.

Piu facile quindi non vedere, credere di avere sotto gli occhi un documentario su una comunita agricola ungherese (Hukkle), il ritratto di una famiglia che non ci riguarda (Taxidermia) o un esercizio di neorealismo contemporaneo (I'm not your friend); facile tenersi a distanza. Ma proprio qui sta la particolarita dell’entita/cinema di György Pálfi: non si preoccupa di verificare se il coinvolgimento emotivo nei confronti dello spettatore avviene, pur richiedendolo tacitamente. Imprime le sue radici nella nostra testa come un’immagine su di una pellicola, con o senza la nostra volonta.

Ecco cio che abbiamo amato del cinema e della poetica di questo giovane autore: la capacita di avvicinarsi cosi tanto alla nostra intima essenza da farci sentire completamente nudi. E questa folgorazione prescinde ogni tipo di valutazione sulla capacita registica, su cui bisognerebbe aprire un capitolo a parte.

Pálfi si, Pálfi no?

Pálfi comunque e per fortuna, diciamo.

Francesco Giani

http://www.vistanova.it/index.php?option=com_content&view=article&id=57&Itemid=67&lang=en

 

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